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Qual è la musica ‘vecchia’ che si ascolta più in Italia?

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Qual è la musica ‘vecchia’ che si ascolta più in Italia?

Attraverso l’analisi dei dischi vintage più acquistati nel suo negozio online, Amazon.it traccia la nuova geografia di quello che resterà non solo degli anni ’80, ma anche degli anni ’60, ’70, ’90 e 2000: in occasione dell’avvio della sezione Pietre Miliari della Musica, il sito di acquisti online ha analizzato le abitudini dei propri utenti per scoprire quali sono annate e band storiche che gli italiani preferiscono ascoltare.

La prima sorpresa arriva dagli anni ’60: niente twist o beat, ma Miles Davis e Led Zeppelin, mentre per gli anni ’70 trionfa la psichedelia dei Pink Floyd, negli ’80 vanno forte Bruce Springsteen e Clash, nei ’90 Nirvana e Pearl Jam, e infine per la decade del 2000 Amy Winehouse, Radiohead ed Eminem.

I dati relativi ai dischi più acquistati sul sito mostrano come la decade degli anni Novanta sia attualmente quella preferita dagli utenti italiani: il 22,7% degli acquisti riguardano dischi di questo periodo. Seguono gli anni ’60, con il 22,6% degli acquisti e gli anni ’70 con il 21,5. Chiudono con un netto distacco gli anni ’80, fermi al 16,8% e gli anni 2000, che si attestano al 16,3%. Andando poi ad analizzare le preferenze nelle principali città italiane, scopriamo che ci sono città con un spiccata predilezione per una particolare decade. Il Centro Italia sembra amare particolarmente gli anni ’60, con cinque delle 10 città presenti in classifica che provengono da queste zone. Gli anni ’70 e ’80 piacciono soprattutto al Nord, mentre gli anni ’90 che spopolano nel Sud Italia con Brindisi, Pomezia, Barletta, Reggio Calabria e Taranto nella top 10.

Cervello, da cosa dipendono i gusti musicali?

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Cervello, da cosa dipendono i gusti musicali?

Il protagonista di un vecchio, strepitoso libro di Nick Hornby, giudicava apertamente le persone in base ai gusti musicali: lo faceva senza cattiveria intenzionale ma stroncando in modo veemente certi ascolti, basandosi soltanto sugli acquisti di album che lui, proprietario di un negozio di dischi, li vedeva effettuare. Rob Fleming, questo il nome del protagonista del libro Alta Fedeltà, a quanto pare non aveva tutti i torti: il suo personaggio si basava su una percezione reale del gusto musicale negli ascolti.

Comportamento adolescenziale? Solo in parte. I nostri gusti musicali, a quanto pare, dipendono principalmente alla combinazione di comportamenti sociali con la “natura” vera e propria: quindi, fondamentalmente, non siamo esattamente noi a scegliere la musica che ci piace, ma sono una serie di elementi che ci caratterizzano a determinare quale sia il genere musicale che privilegiamo.

Stando ad una ricerca dell’Università di Melbourne, in Australia, i gusti musicali dipenderebbero dalla quantità di armonia che riusciamo a percepire nella musica che ascoltiamo: il nostro piacere di ascoltare quel determinato brano o disco è proporzionato alla quantità di dissonanze che ascoltiamo, e la dissonanza non dipende interamente solo dalle nostre qualità fisiche di percezione.

La conoscenza dei meccanismi alla base della composizione musicale, quindi uno studio più approfondito della musica che può riguardare gli accordi, le strutture, le melodie, le scale armoniche eccetera, fornisce maggiori strumenti di comprensione per la musica più “difficile”, potremmo dire, come le moderne suite strumentali della dodecafonia o anche, semplicemente, alcuni lavori di rock psichedelico o progressive (esempio sottostante).

Non siamo tutti uguali nei gusti musicali perché semplicemente non usiamo tutti quanti gli stessi mezzi per comprendere la musica; e anche in possesso di queste chiavi di accesso al linguaggio musicale, come ad esempio due musicisti con anni di studi alle spalle, si potrebbe pensarla diversamente su un brano:

I musicisti diplomati sono risultati più sensibili alla dissonanza rispetto a normali ascoltatori; probabile, c’era da aspettarselo. Ma è stato anche scoperto che quando gli ascoltatori non conoscevano un accordo specifico, era impossibile per loro individuare le singole note che lo componevano. Quando questa abilità mancava, gli accordi suonavano per loro dissonanti e quindi sgradevoli.

Insomma, i gusti musicali evolverebbero a seconda della conoscenza intrinseca dei meccanismi di composizione musicale, che tendono ad allargare la comprensione della musica più “difficile”. Per sillogismo aristotelico, chi ascolta determinata musica è quindi un ignorante, nel senso che ignora il linguaggio musicale più profondo?

A voi l’ardua risposta.

Ok Dischi: un sogno in vinile

Un sogno da realizzare: il ritorno del vinile. O meglio, il reinserimento del disco in vinile tra i supporti più acquistati. Un invito a tornare ad amare un lavoro discografico, più che un tentativo di ripristinare un business che non c’è più. La musica nuovamente apprezzata e valorizzata dal suo supporto di sempre. Con l’aiuto di artisti, etichette, giornalisti, appassionati, imprenditori, si può ridare alla musica una dignità perduta e nuovi anni di culto. Vogliamo che parta un vero e proprio movimento culturale intorno al disco in vinile, e oggi, grazie al web, alla velocità delle idee, alla sempre più forte voglia di passato a causa del triste presente e dell’incerto futuro, è possibile. Le attuali generazioni sono incredibilmente affascinate dal disco, dal meccanismo dello scorrere delle puntine e da quei suoni così avvolgenti, così piacevolmente irregolari ed analogici: si chiedono come mai oggi esistano solo cd e freddi files mp3. Il nostro non è un intento folle, non si vuole annullare il cd o tantomeno ignorare il mercato digitale: l’idea è quella di ampliare ciò che attualmente è solo una piccola nicchia di mercato. Negli ultimi anni ci sono stati segnali molto incoraggianti: aumento delle vendite delle versioni in vinile di album e singoli, aumento della vendita di giradischi presso i megastores, interesse diffuso verso l’oggetto disco in vinile dalle nuove generazioni. Si vuole rilanciare il valore culturale ed emotivo di un disco, di una copertina come forma d’arte e comunicazione, di una superficie maneggiabile e leggibile, di una necessaria passione e cura per la sua stessa conservazione e salvaguardia. Si vuole raccontare cos’era, cosa ha rappresentato e per chi, e cosa significa per il mondo della musica. Non cose esclusivamente riservate a collezionisti, non capricci da dj vinilmaniaci, ma intenti più concreti e precisi. Un esempio? Porgiamo questa prima idea: se la maggior parte dei grandi artisti nel mondo, ma anche solo in Italia, decidesse univocamente di pubblicare i propri nuovi album inizialmente solo in vinile, magari per la prima settimana di uscita, quanto sarebbe invogliato il pubblico a munirsi di giradischi? E quanto il vinile contribuirebbe a contrastare lo scambio illegale di files ed il falso? Con il ritorno del vinile ci sarebbero solo aspetti positivi per la musica e per tutto il suo indotto. Questa pagina è dedicata a chi ama ancora il disco e vuole scommettere sul suo nuovo futuro. E’ un sogno che vuole ridare luce a chi ha dedicato una vita alla musica, investendo in negozi, etichette, produzioni, e che in pochi anni si è visto distruggere quello che era comunque un amore verso le emozioni stampate su vinile, da qualcuno che follemente da molto in alto, decise che era tempo di modernizzare il mercato. Complimenti per lo storico risultato. Che gli artisti comincino a smettere di pensare che ormai il disco non rappresenta più un introito e che serve solo a trainare i concerti. Che facciano loro il primo passo in questa direzione. Ma anche i produttori, le etichette, i gruppi emergenti, i giornalisti, le radio, le tv. Ognuno un cenno, una pedina, una buona parola. Il sogno di chi scrive è di riaprire presto il negozio di dischi in cui è nato e cresciuto: si chiamava “Ok Dischi”. Allora? Chi segue questo folle? “Stay hungry, stay foolish… (Steve Jobs)”.

Gigio Rosa