Archivio mensile:aprile 2014

Come sono andate le vendite del Record Store Day?

http://www.rockit.it/aumento-vendita-dischi-record-store-day-2014

Come sono andate le vendite del Record Store Day?

Purtroppo non ci sono (ancora) dati sull’Italia, ma il servizio di statistiche musicali BuzzAngle Music ha fornito delle stime sulle vendite registrate negli Stati Uniti durante la giornata del Record Store Day.

I numeri sono impressionanti: +646% di vendite in confronto al 2012, +2042% per quanto riguarda il formato vinile.
I tre titoli più venduti sono stati Tame Impala, The Greatful Dead e Joy Division.

CCCP: vinile, libro fotografico e mostra per celebrare Annarella

http://www.musicalnews.com/articolo.php?codice=27555&sz=2

CCCP: vinile, libro fotografico e mostra per celebrare Annarella

Il singolo in vinile rosso di “Annarella” dei Cccp – Fedeli alla linea è stato di recente ristampato su vinile in occasione del Record Store Day. Ora si aggiunge anche il libro fotografico “Annarella benemerita soubrette – CCCP Fedeli alla linea”, in uscita a maggio e che sarà presentato a Reggio Emilia.
Per l’occasione ci sarà, dal 2 al 15 giugno allo Spazio Gerra (piazza XXV aprile, 2 – Reggio Emilia), anche una mostra fotografica ispirata al libro, caratterizzata da 70 immagini in grande formato.

Registrata nell’aprile del 1990, anno dello scioglimento del gruppo emiliano, “Annarella”, probabilmente una delle più belle canzoni dei CCCP Fedeli alla linea, ha visto la luce per la prima volta sotto forma di singolo in occasione della recente edizione del Record Store Day, la giornata mondiale del negozio di dischi tradizionale: Universal Music Italia ha infatti reso disponibile il singolo a 45 giri in vinile rosso del brano a pochi giorni di distanza dall’uscita di “Annarella Benemerita Soubrette CCCP Fedeli alla Linea”, libro illustrato di grande formato realizzato dalla stessa Annarella Giudici insieme a Rossana Tagliati e Giovanni Lindo Ferretti.

La pubblicazione, edita da Quodlibet, si compone di 290 immagini che documentano, secondo una scansione tematica (Emilia, Europa, Islam, Asia, Sentimenti), i concerti, le performance, i passaggi televisivi, i servizi fotografici per le case discografiche e altre varie esibizioni nel corso dei pochi anni di vita del gruppo.

Il libro sarà presentato domenica 4 maggio, alle ore 18, allo Spazio Gerra di Reggio Emilia. Oltre agli autori saranno presenti Danilo Fatur e Massimo Zamboni in qualità di ospiti d’onore.

E in più, dal 2 Maggio al 15 Giugno sarà aperta la mostra ispirata al libro, con esposizione di 70 fotografie in grande formato allo Spazio Gerra di Reggio Emilia nell’ambito della rassegna “Fotografia Europea 2014”, che nasce dall’idea di Annarella di rivisitare la sua storia per riportare alla luce una parte inedita del gruppo: l’espressione e l’immagine punk emiliana filosovietica. Il percorso tematico è fedele, sia nelle immagini che nei parlati, alla linea del gruppo.

“..Annarella che cambia un abito e assume una personalità che si addice ad un abito, vale tanto quanto una strofa che magari qualcuno reputa intelligente o quanto un giro di chitarra che qualcuno trova molto bello o molto ben fatto” intervista CCCP Fedeli alla Linea / Rai 1 – 1989

Donpasta, un dj in cucina: “Così ho unito fornelli e vinili”

http://www.repubblica.it/next/2014/04/29/news/donpasta_un_dj_in_cucina_cos_ho_unito_fornelli_e_vinili-84767750/

Donpasta, un dj in cucina: “Così ho unito fornelli e vinili”

C’è chi lo definisce “gastrofilosofo”, chi lo conosce come cuoco, chi lo chiama poeta, chi lo apprezza come deejay. La verità è che il salentino Donpasta, al secolo Daniele De Michele, è un artista difficile da etichettare. Per il New York Times è uno dei più inventivi attivisti del cibo. Sul palco usa vinili e pentole, mixer e minipimer. Da anni residente in Francia, ma in fondo grazie alla rete cittadino del mondo. Per lui i fornelli sono molto creativi. E soprattutto sono molto più di quello che appaiono.

Le sue non sono ricette ma vere e proprie performance culinarie che uniscono musica e cibo. “L’idea è nata per gioco. Faccio il dj sin da quando avevo 15 anni. Da globetrotter quale sempre sono stato, lo facevo spesso fuori dall’Italia. Una volta a Parigi ho unito le due cose e mi sono accorto dell’impatto sorprendente che aveva sulla gente vedere qualcuno unire fornelli e vinili. Nel profondo penso di aver interiorizzato questa capacità tutta salentina di considerare inscindibile il momento della festa da quello del mangiar bene e in compagnia. Ricordo che fu per me fulminante la prima dance-hall dei Sud Sound System che vidi a inizio degli ’90. In quel caso di fianco al Sound System c’erano decine di grandi cocomeri.

Tiella di patate e Beatles, pasta e fagioli e Rolling Stones: cosa ti guida nell’abbinare musica e sapori?
“L’associazione tra cucina e musica resta un gioco. Non c’è ovviamente nessun criterio scientifico se non quello affettivo. Spesso una musica mi porta in memoria un momento importante passato a tavola o ai fornelli. Questo gioco, resta per me uno strumento per poter esplorare gli elementi sociali che ruotano attorno al cibo”.

Sei molto attivo su Facebook, dove posti ricette e poesie, e hai anche un profilo Twitter e un blog. Il tuo rapporto con le nuove tecnologie?
“La rete è appassionante perché ti da la possibilità di creare una comunicazione ultraveloce su temi sostanziali. Attualmente lavoro sull’idea di scrivere un ricettario della cucina popolare italiana a partire dalle testimonianze ricevute dalla rete. E’ interessante vedere quanto le nuove tecnologie possano mettersi al servizio di una discussione interamente improntata sul recupero di qualcosa di apparentemente desueto come la cucina familiare, dandone nuovi significati e nuova linfa”.

Nel tuo libro ‘La parmigiana e la rivoluzione’ scrivi che cucinare è un atto politico: lo è la parmigiana di mia nonna, fatta solo in agosto, periodo delle melanzane di stagione. Può esserlo l’evitare di comprare creme fosforescenti spacciate per pappe per bambini. Cosa rappresenta la cultura del cibo?
“La vedo come una forma di indispensabile resistenza. Posso dire con serenità che abbiamo in Italia, soprattutto al Sud, uno dei più grandi patrimoni mondiali di cultura dell’alimentazione. Ma siamo attaccati ovunque da paradigmi culturali che hanno come conseguenza la cesura violenta con il passato. Le mode culinarie attuali sembra quasi abbiano un disegno di cancellazione di un sapere che per definizione era diffuso, popolare ed accessibile a chiunque. Noi questa cosa non possiamo permettercela perché metterebbe a repentaglio l’intero patrimonio identitario del nostro popolo”.

Cosa eccelle e invece cosa sarebbe da migliorare nella sua terra salentina?
“In Salento è osservabile, forse più di altri luoghi, la riuscita di un modello economico impostato sulla valorizzazione di un patrimonio culturale, musicale e culinario ancestrale. La cosa da migliorare è la capacità di orientare e sostenere la produzione agricola e i prodotti di trasformazione alimentare, che hanno sbocchi mondiali incredibili se solo si riuscisse a fare sistema e innovazione. Sarebbe una chiave di volta importantissima per le nuove generazioni, che potrebbero avere nel comparto alimentare un settore professionale appassionante ed economicamente solido”.

Tu sei un fautore della cucina popolare ‘solidale, ecologista, caciarona, rispettosa della terra e delle stagioni’. Chi e cosa ha cambiato le carte, anzi ‘i piatti in tavola’?
“Il rischio di programmi come Masterchef è quello di privare la gente normale del proprio sapere, della propria identità, dell’orgoglio di essere felici davanti a poche e modeste preparazioni, che a mio avviso sono lezioni grandiose di alta cucina. Penso al nostro purè di fave, le orecchiette e rape, la tiella patate e cozze”.

Un consiglio ai giovanissimi per diventare davvero “nexter”, ovvero innovatori del proprio tempo?
“L’economia attuale è cambiata radicalmente. Si sta in piedi solo se si innova di continuo. Per farlo bisogna avere come metodo e prassi quello di non accontentarsi mai dello stato delle cose, di rovistare e cercare ostinatamente la propria strada. L’Italia è tragicamente lenta nell’accettare e integrare forme innovative di fare economia, comunicazione, arte. Quindi bisogna essere pazienti e testardi. Poi studiare, sicuramente, tanto, avere un bagaglio tecnico ampio, ma soprattutto molta apertura di spirito, che penso si acquisisca soprattutto viaggiando e appassionandosi a tutte le forme di espressione artistica”.

Bodypaint: si dipinge i classici della musica sul volto

http://www.gizmodo.it/2014/04/29/bodypaint-si-dipinge-i-classici-musica-volto-gallery.html?pid=1874#gallery-nme

Bodypaint: si dipinge i classici della musica sul volto

In occasione del “Record Store Day” Natalie Sharp, musicista del gruppo Lone Taxidermist, e, a tempo perso, truccatrice, ha voluto rendere omaggio ai classici della musica con questa opera di bodypaint. Si è infatti dipinta la copertina di alcuni album storici sul viso.

Bisogna dire che la giovane donna ha dei gusti particolarmente raffinati, annoverando tra le opere selezionate per il bodypaint gruppi come Grizzly Bear, Kraftwerk, Primal Scream ou encore Joy Division.

L’autrice dell’opera ha raccontato di avere impiegato tra le 3 e le 6 ore per realizzare ciascuna delle opere.

Purtroppo alcuni dei lavori pubblicati su Facebook si sono attirati alcune accuse di razzismo e quindi dopo soli 3 giorni l’artista ha deciso di mettere uno stop alla performance.

Peccato, il risultato, in effetti, non era per niente male!

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Il 25 aprile e il jazz in Italia. Ecco la storia dei V disc

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Il 25 aprile e il jazz in Italia. Ecco la storia dei V disc

Il 25 aprile del 1945 e il jazz. Tutti gli avvenimenti che portarono alla liberazione sono stati scanditi dalle sincopi della musica afroamericana, tonnellate di brani inediti che il governo degli Stati Uniti inviava alle truppe impegnate in ogni angolo del mondo a combattere il nazismo e i suoi alleati. Il 25 aprile finisce, così, per essere anche da noi la piccola festa dei V disc, i dischi della vittoria.

È una storia che merita di essere ricordata, perché se oggi il jazz e i jazzisti italiani sono considerati a livello internazionale all’avanguardia di questa musica nata, in fondo, lontanissima dalle coste del Mare Nostrum, lo si deve proprio alla (in)volontaria contaminazione prodotta dagli eventi bellici e dalla diffusione dei primi 78 giri della storia.

Proprio per far sentire i soldati a “casa” nacque l’etichetta Victory, che, con cospicui finanziamenti del Ministero della Guerra a stelle e strisce, pagò i più importanti protagonisti dell’era dello swing per incidere brani da inviare al fronte; venivano impacchettati a decine, centinaia e inviati agli avamposti militari, insieme alla cioccolata e alle lettere d’amore delle fidanzate. Si contano oltre 2800 brani incisi, tre per ogni disco.

Qualche nome coinvolto? Louis Armstrong, Duke Ellington, Count Basie, Lester Young, Art Tatum, Dizzy Gillespie, Ella Fitzgerald registrarono per la Victory. I soldati ascoltarono e fecero ascoltare la loro musica nelle strade, nelle piazze e nelle case italiane, spesso dimenticandosi o regalando i preziosi “gadget”, che oggi, per i collezionisti, hanno un valore inestimabile e sono, per lo più, introvabili.

I V disc, tutti registrati fino alla fine del 1944, portarono, in più, un’altra piccola liberazione tecnologica: quella dalla gommalacca, materiale decisamente poco adatto al trasporto e fin allora utilizzato per le incisioni e le riproduzioni musicali. Ed ecco che fece la comparsa sulla scena il vinile, che aveva il pregio di non arrivare frantumato in mille pezzi come capitava al suo antenato in cera.

I racconti dei nostri musicisti degli anni ’40, ’50 e ’60 sono pieni di testimonianze di gratitudine verso i V disc e non c’è uno che neghi il contributo essenziale che essi portarono alla conoscenza di quella musica.

In assenza di sistemi economici di registrazione, infatti, ascoltare i brani via radio impediva un ascolto ripetuto e capace di trascrivere perfettamente quella musica tanto strana e improvvisata che veniva di là dall’oceano.

Grazie alle trascrizioni dello swing abbiamo acquistato una coscienza diffusa e popolare delle del jazz e delle sue potenzialità, musica osteggiata anche dal nostro regime perché colpevole di “negritudine”, e fummo tra i primi a comprendere la rivoluzione che da lì a qualche anno sarebbe arrivata con il be bop di Charlie Parker.

Barletta, torna ExpoVinile al Gos: il fascino della musica vintage

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Barletta, torna ExpoVinile al Gos: il fascino della musica vintage

BARLETTA- Dopo il successo di pubblico delle precedenti edizioni, anche quest’anno il GOS Giovani Open Space di Barletta, in viale Marconi 49,organizza la Fiera nazionale del disco. Si chiama EXPOVINILE l’iniziativa dedicata alla musica nella sua forma più classica: il disco in vinile.

Vintage, ma sicuramente di grande fascino, i vinili sanno tornando alla ribalta, si sta riscoprendo il gusto di ascoltare musica sul giradischi, con quel suono che riscalda l’ambiente e si sta riscoprendo la bellezza delle cover che hanno fatto dei vinili delle vere e proprie opere d’arte.

Domani, 25 aprile, dalle 9:30 alle 22:00 presso il Laboratorio Urbano GOS di Barletta, in viale Marconi, 49 collezionisti ed espositori provenienti da tutto il territorio nazionale, da nord a sud, si sono dati appuntamento per mettere a disposizione degli appassionati e dei curiosi stand carichi di vinili di tutte le epoche, forme e dimensioni.

Ci saranno area food, esibizioni di band locali, dj set, area market e tanto altro.

L’ingresso è GRATUITO e l’Open Space barlettano si farà fulcro di una iniziativa che, oltre a promuovere la musica, vuole essere anche un momento di grande valorizzazione territoriale.

Il mito della superiorità del vinile

http://www.linkiesta.it/mito-superiorita-vinile

Il mito della superiorità del vinile

Il vinile non è meglio del CD. E il CD non è meglio del vinile. Sono due formati molto diversi e difficili da paragonare, ognuno con le proprie forze e debolezze. Eppure il mito della superiorità assoluta del vinile come formato esiste, senza però che ci siano prove a sostegno di questa teoria.

Per celebrare il Record Store Day, il giorno in cui in tutto il mondo si festeggiano i negozi di dischi e i dischi in generale, Vox (il nuovo sito di informazione del gruppo che pubblica The Verge e SB Nation) ha messo insieme un articolo in cui cerca di sfatare una volta per tutte questa leggenda. Ne abbiamo ripreso alcuni ragionamenti, aggiungendo un po’ di altre informazioni rilevanti.

Analogico e digitale, un breve riassunto
Da dove arriva la leggenda della superiorità del vinile? Da una differenza fondamentale tra i metodi di registrazione del suono sul supporto fisico. Da una parte abbiamo un suono analogico, e dall’altra un suono digitale. Ma cosa vuol dire?

Come funziona un vinile? Il suono registrato sul vinile è analogico, esattamente come quello che viene suonato nello studio di registrazione. Semplificando molto, una puntina particolare scava in una membrana (che poi diventa il disco master, che fa da punto di partenza per tutte le copie del vinile) un solco che rappresenta il suono. Senza approssimazioni.
Come si sente? La puntina del giradischi passa nei solchi del vinile che, a seconda della forma che hanno, producono delle vibrazioni che vengono ritrasformate in suono. A occhio nudo tutti i vinili sembrano simili ma, in realtà, ogni cerchio del disco è scavato in modo diverso e ogni curva o increspatura del solco in cui corre la puntina è un pezzetto di una canzone.

Come funziona un Compact Disc? Il suono registrato sui Compact Disc è digitale. Per ogni secondo di suono vengono registrati 44.100 campioni e ogni campione è a 16-bit, ovvero il suono di quel campione viene scelto tra 65.536 possibili valori. Il suono viene spezzettato in tante piccolissime parti che messe una dietro l’altra danno al nostro orecchio la stessa sensazione che dà il suono vero — che è analogico. Un paragone sensato potrebbe essere quello della stampa digitale: se guardiamo molto da vicino un’immagine stampata ci accorgiamo che è fatta di una serie di puntini messi così vicini gli uni agli altri che il nostro occhio non riesce a distinguerli.
Come si sente? Il lettore ottico del lettore CD legge i dati salvati sul disco e li converte in un segnale audio analogico. C’è quindi un doppio passaggio: l’audio analogico suonato nello studio di registrazione viene trasformato in audio digitale su CD, che poi viene ritrasformato in audio analogico quando viene riprodotto.

Insomma, almeno sulla carta il vinile vince. Se da una parte eliminiamo anche solo pochissime informazioni sul suono e dall’altra abbiamo tutto quanto il suono, allora il vinile è chiaramente migliore. Non proprio. I 44.100 campioni dei Compact Disc non sono lì a caso: sono il doppio delle frequenze che l’orecchio umano è in grado di sentire. E secondo il teorema del campionamento di Nyquist-Shannon, con questa quantità di informazioni, il digitale e l’analogico sono matematicamente equivalenti.

In più, un studio giapponese ha dimostrato che in una prova alla cieca, non riusciamo a cogliere la differenza tra suoni che superano i 22.000 Hertz e quelli che ne hanno esattamente 22.000. Per intenderci: quando parliamo di suoni sopra i 20.000 Herz, parliamo di ultrasuoni. Forse un cane potrebbe sentire la differenza tra un CD e vinile, ma pare che noi umani non ce la facciamo.

Nonostante questo, molti continuano ad associare al vinile l’idea di miglior suono possibile, anche se è stato dimostrato che è un supporto, almeno in parte, più limitato del CD.

I problemi del vinile
Il più grosso problema che ha il vinile è con la gamma dinamica, ovvero la distanza in decibel (dB) tra il suono più basso e il suono più alto che può riprodurre. Su uno dei più grandi forum di audiofili del mondo, hydrogenaudio, spiegano che in condizioni normali la distanza tra il suono più basso e il suono più alto di una registrazione su vinile è di 80 dB e che in condizioni ideali potrebbe arrivare al massimo 120 dB. Sul CD, questa distanza è di 150 dB. Vuol dire che un suono particolarmente basso e un suono particolarmente alto non possono essere registrati su vinile, nemmeno volendo.

I motivi di questa limitazione sono molto molto semplici e hanno a che fare con come è fatto fisicamente il disco. I suoni troppo bassi hanno un problema su vinile: per inciderli bisogna allargare molto il solco dentro cui si muove la puntina, riducendo così di parecchio la quantità di musica sul disco. E anche i suoni troppo alti hanno un problema, perché per suonarli la puntina rischia di muoversi troppo velocemente e di causare distorsioni nel modo in cui viene riprodotto il suono (che, ricordiamolo, su vinile è tutta una questione di vibrazioni). Così, l’associazione americana dell’industria discografica ha creato uno standard (l’equalizzazione RIAA) che impone la riduzione della gamma dinamica per non causare problemi né con la riproduzione, né con la quantità di musica che si può registrare su un disco.

E poi c’è il grande aspetto di come suona il vinile. Spesso si sente dire che il vinile ha un suono più “caldo” e “morbido” rispetto a quello del CD. Mark Richardson di Pitchfork dice che «il “calore” che molte persone associano ai vinili può essere generalmente associato alla minore accuratezza dei suoni bassi» (per i motivi di sopra). Mentre il professor Stanley Lipshitz, che si occupa di elettroacustica all’università di Waterloo, ha detto a PopSci che quello che persone scambiano per “calore” del suono è in realtà la vibrazione del disco causata dalla puntina, che finisce per essere aggiunta alla musica e crea quella “pienezza” del suono che viene spesso associata al vinile. «Alcune persone confondono questa cosa per una virtù», dice Lipshitz.

Una cosa va detta: all’inizio i Compact Disc suonavano veramente peggio rispetto ai vinili. Quando, nella seconda metà degli anni Ottanta, iniziarono a essere pubblicati i primi CD, le tracce che ci venivano registrate sopra erano le stesse che erano state preparate per i vinili. E, ovviamente, su CD suonavano peggio. Ma ora quei tempi sono passati e, semmai, succede il contrario. Capita spesso che le registrazioni (o, meglio, le masterizzazioni) usate per le versioni in vinile di dischi appena usciti siano le stesse usate per i CD, con tutti i problemi descritti sopra.

E con i file audio digitali?
Ora la domanda è: e con i file audio digitali? Qui, finalmente, hanno ragione quelli del vinile. E anche quelli del CD. Entrambi i formati hanno una qualità audio superiore rispetto ai file che di solito scarichiamo dai negozi digitali come iTunes o che ascoltiamo in streaming da servizi come Spotify. Il motivo è semplice: con i file audio digitali come il formato .mp3, è stata fatta una scelta in qui la qualità audio viene sacrificata per ridurre il peso in Megabyte dei file. E quindi la qualità audio è parecchio peggiore, anche se spesso non ce ne accorgiamo nemmeno.

Paul Weller: ‘Addio Record Store Day, troppe speculazioni commerciali’

http://www.rockol.it/news-594835/paul-weller-addio-record-store-day-facebook

Paul Weller: ‘Addio Record Store Day, troppe speculazioni commerciali’

Salvo ripensamenti, Paul Weller non parteciperà più al Record Store Day. Lo ha annunciato lui stesso, oggi, con un post sul suo profilo Facebook in cui riflette con amarezza sulle speculazioni commerciali che sempre più spesso fanno da contorno alla festa dei negozi di dischi e che hanno preso di mira anche il 45 giri “Brand new toy”/”Landside” da lui pubblicato su etichetta Virgin per l’occasione.

“Questo è un messaggio per tutti i fan che non sono riusciti a trovare il nuovo singolo in vinile durante il Record Store Day e/o hanno pagato un sacco di soldi per procurarsene una copia su eBay”, scrive il Modfather. “Concordo con tutti voi che avete mandato messaggi per esprimere la vostra rabbia e il vostro disappunto a proposito dello sfruttamento di queste ‘limited edition’ da parte dei bagarini. A parte la registrazione del disco, il resto ha molto poco a che fare con me, ma mi sento sfiduciato da quanto è successo e purtroppo non prenderò più parte al Record Store Day. E’ un peccato, perché come sapete sono un grande sostenitore dei negozi di dischi indipendenti: tuttavia il fatto che avidi speculatori facciano soldi in fretta alle spalle di fan in buona fede è disgustoso e va contro la vera filosofia del RSD”.

Weller osserva che “c’erano copie del mio singolo su eBay il giorno prima del Record Store Day e ho sentito storie di gente che ha fatto la fila fuori dal negozio vicino a casa per poi sentirsi dire, al momento dell’apertura, che non c’era più disponibilità!”. “Bastano poche persone per rovinare quella che per tutti gli altri è un’idea meravigliosa”, conclude il rocker di Woking. “Vergogna ai bagarini. Non favorite i loro commerci e non permettete che usino il Record Store Day per rovinare proprio quello per cui è stato concepito”.

La reazione degli organizzatori inglesi del Record Store Day non si è fatta attendere: “Quel che avete mancato di citare @paulwellerHQ è che avete messo a disposizione solo 500 copie di questo titolo per il Regno Unito, nonostante le nostre richieste di averne di più!”.

Vinile e cassette? Meglio del download

http://www.bintmusic.it/news/musica_business/vinile_e_cassette_meglio_del_download.html

Vinile e cassette? Meglio del download

Secondo un sondaggio realizzato da ICM Research su 2.030 acquirenti di musica, addirittura sarebbero le audio cassette date da tutti come finite da tempo, a giovare di una seconda giovinezza passando dal 2% di utilizzatori dello scorso anno a 5% attuale, cifra che sale al 10% tra la fascia di età 18-24 anni, al 13% tra i giovani di 25-34 anni.

Nel complesso degli intervistati anche i vecchi vinile sono al 10% ma salgono al 26% tra i 25 e 34 anni, mentre i cd con un 23% sono ancora il mezzo più usato per ascoltare ed acquistare musica contro il 20% di chi ha effettuato download a pagamento. Insomma in barba a mp3 e streaming, da questi dati emerge sicuramente un desiderio molto forte di ascoltare musica ancora da supporto fisico.

Non è ben chiaro se le interviste sono state realizzate fuori dai negozi indipendenti di musica che hanno partecipato al Record Store Day, comunque prendiamo questi dati come un atto d’amore verso la musica analogica che rivive grazie ad una moltitudine di appassionati e collezionisti che saranno pure una nicchia ma sono vivi e vegeti in barba alle classifiche di vendita.

Sergio Rubini: “Io, accumulatore innamorato della musica”

http://bari.repubblica.it/cronaca/2014/04/19/news/sergio_rubini_io_accumulatore_innamorato_della_musica-84008287/

Sergio Rubini: “Io, accumulatore innamorato della musica”

“NON mi reputo un collezionista, ma un accumulatore di musica. Ho cominciato a comprarla quando avevo diciannove anni”. L’attore e regista pugliese Sergio Rubini racconta il suo rapporto con i dischi in occasione del Record store day. Fondamentale per la sua vita, come ha dimostrato nel film Tutto l’amore che c’è, in cui il protagonista sognava di diventare una rockstar.

Ascolta solo vinili?
“Sono passato per i vinili, ma poi mi sono convertito ai cd, infine ad iTunes e Spotify. Mi sono trasformato, come si è trasformato il mercato della musica. In casa ho ancora 3-4mila cd, non riesco a sbarazzarmene, e lo stesso accade per i vinili. C’è della musica che tengo volutamente su questi supporti, perché suona in un certo modo. Se scelgo un vinile non lo faccio tanto per commemorare un’epoca, perché viviamo in un’era postmoderna in cui tutto viene riutilizzato, ma per il piacere di ascoltare”.

Visto il suo lavoro, le capita di sentire una canzone e tradurla subito in immagini?
“Accade proprio così, non solo con la musica, ma anche con le location. I film nascono da una fotografia che ti rimane impressa, e anche con la musica. Anzi, spesso proprio quest’ultima sopravvive alle modifiche continue che subisce il progetto filmico. D’altronde la musica è potentemente evocatrice, fa partire il ricordo, che è racconto, e il racconto è cinema”.

Ci sono dischi cui è più affezionato?
“Ce ne sono tantissimi, ma sono legato a quelli che da ragazzino sono stati grandi scoperte. C’era un mio amico più grande di me che negli anni ’70 acquistata dischi da una rivista di Bologna: Led Zeppelin, Jethro Tull, King Crimson e i primi Genesis, li ascoltavamo insieme e al buio, ci commuovevamo e li commentavamo. Era un periodo in cui tutto si affrontava con un dibattito”.